Art. 319 cp - Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio
Il pubblico ufficiale, che, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve, per sé o per un terzo, denaro od altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da sei a dieci anni. (1)
(1) Comma così modificato dall’art. 1, comma 75, lett. g), L. 6 novembre 2012, n. 190 e, successivamente, dall’art. 1, comma 1, lett. f), L. 27 maggio 2015, n. 69.
Giurisprudenza
Il patto corruttivo è indispensabile
La corruzione propria richiede la prova di un accordo sinallagmatico tra l’utilità promessa o ricevuta e l’atto contrario ai doveri d’ufficio; la sola dazione di denaro non basta.
Cass. pen., Sez. VI, 11 giugno 2026, n. 24244.
Non basta il conflitto di interessi
La violazione del dovere di astensione o il conflitto di interessi del pubblico agente non dimostrano, da soli, la corruzione: occorre provare che l’attività pubblica sia stata “venduta” in cambio di un’utilità.
Cass. pen., Sez. VI, 12 novembre 2025, n. 40725.
La corruzione è un reato-contratto
La corruzione è un reato plurisoggettivo a concorso necessario e di natura bilaterale: l’accordo illecito tra pubblico agente e privato costituisce il suo nucleo essenziale.
Cass. pen., Sez. VI, 16 ottobre 2025, n. 41483.
Il pagamento documentato richiede ugualmente la prova dello scambio
Anche se un pagamento al pubblico ufficiale è contabilizzato, fatturato o formalmente giustificato, deve essere dimostrato che esso costituisse il corrispettivo dell’atto antidoveroso.
Cass. pen., Sez. VI, 2 luglio 2024, n. 38143.
Conta la causa dell’utilità
L’utilità deve essere data o promessa “per” l’omissione, il ritardo o l’atto contrario ai doveri: va quindi dimostrato il nesso causale tra la prestazione del privato e la condotta del funzionario.
Cass. pen., Sez. VI, 12 novembre 2025, n. 40721.
Un regalo può essere una tangente
La modestia della somma o del beneficio non esclude automaticamente il reato se la dazione è il prezzo di un accordo per compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio.
Cass. pen., Sez. VI, 3 giugno 2026, n. 28593.
La sproporzione ha valore indiziario, non decisivo
La proporzione tra utilità e atto non è un elemento costitutivo della corruzione propria, ma la manifesta irrisorietà del vantaggio può rendere più difficile provare il nesso di scambio.
Cass. pen., Sez. VI, 4 febbraio 2026, n. 8675.
Utilità anche non patrimoniali
Per “altra utilità” si intende qualunque vantaggio materiale o morale, anche non strettamente patrimoniale, purché abbia valore per il pubblico agente o per un terzo e costituisca la controprestazione del patto.
Cass. pen., Sez. VI, 4 febbraio 2026, n. 8675.
L’assunzione di un familiare può essere il prezzo
Se un familiare del pubblico ufficiale ottiene un posto di lavoro in attuazione dell’accordo, l’utilità penalmente rilevante è l’acquisizione della posizione lavorativa; gli stipendi successivi sono prezzo del reato soltanto se il rapporto è fittizio.
Cass. pen., Sez. VI, 4 febbraio 2026, n. 20342.
L’atto contrario non deve essere formalmente invalido
Può essere contrario ai doveri d’ufficio anche un atto formalmente regolare, quando sia adottato per consapevolmente privilegiare l’interesse del corruttore anziché quello pubblico.
Cass. pen., Sez. VI, 22 maggio 2025, n. 7962.
Anche un atto discrezionale può essere “venduto”
Nell’attività discrezionale, la corruzione propria ricorre quando il pubblico agente rinuncia all’imparziale comparazione degli interessi e orienta la decisione verso un esito già concordato con il privato.
Cass. pen., Sez. VI, 22 maggio 2025, n. 7962.
L’atto criminoso è certamente contrario ai doveri
Quando l’atto promesso o compiuto integra esso stesso un autonomo reato, come la redazione di un verbale ideologicamente falso, è configurabile la corruzione propria ex art. 319 c.p.
Cass. pen., Sez. VI, 18 dicembre 2025, n. 653.
Omissione e ritardo sono equiparati all’atto positivo
L’art. 319 c.p. ricomprende sia il compimento di un atto antidoveroso sia l’omissione o il ritardo, anche già realizzati, di un atto che il pubblico agente avrebbe dovuto compiere.
Cass. pen., Sez. VI, 3 giugno 2026, n. 28593.
L’atto deve appartenere alla sfera dell’ufficio
L’oggetto del patto deve rientrare nella competenza o nella concreta sfera funzionale del pubblico agente; una mera raccomandazione priva di collegamento con i poteri dell’ufficio non basta.
Cass. pen., Sez. VI, 16 ottobre 2025, n. 41483.
Non occorre sempre individuare un singolo provvedimento nominativamente
L’atto contrario può essere individuabile per genere, in funzione delle competenze e della concreta operatività del pubblico agente, senza che debba essere preventivamente fissato in ogni dettaglio.
Cass. pen., Sez. VI, 4 febbraio 2026, n. 20342.
Ma un patto indeterminato tende all’art. 318 c.p.
Se non è provato che l’accordo riguardasse un atto specificamente individuato o individuabile come antidoveroso, anche in presenza di pagamenti sistematici, la condotta è riconducibile alla corruzione per l’esercizio della funzione.
Cass. pen., Sez. VI, 2 maggio 2024, n. 34024.
Art. 319 e art. 318: danno e pericolo
La corruzione propria richiede uno sviamento concretamente collegato a un atto contrario ai doveri, mentre la corruzione per l’esercizio della funzione punisce la generica presa in carico di un interesse privato.
Cass. pen., Sez. VI, 3 giugno 2026, n. 28593.
La “messa a libro paga” non è automaticamente corruzione propria
Il pagamento continuativo di un funzionario va qualificato in base al contenuto dell’accordo: integra l’art. 319 c.p. se include anche atti antidoverosi; altrimenti ricade nell’art. 318 c.p.
Cass. pen., Sez. VI, 3 giugno 2026, n. 28593.
Un rapporto corruttivo stabile può costituire un solo reato
Quando plurime dazioni e vari atti sono esecuzione di un unico patto di stabile asservimento che comprende atti contrari, si configura un unico reato permanente di corruzione propria.
Cass. pen., Sez. VI, 22 ottobre 2025, n. 3358.
La prescrizione decorre dall’ultima dazione nel patto unitario
Nel rapporto corruttivo permanente, caratterizzato da pagamenti periodici riconducibili al medesimo accordo, il termine di prescrizione decorre dall’ultima erogazione illecita.
Cass. pen., Sez. VI, 22 ottobre 2025, n. 3358.
La promessa perfeziona il reato
La corruzione si consuma già quando il pubblico agente accetta la promessa dell’utilità; il successivo compimento dell’atto non è necessario per il perfezionamento, pur potendo aggravare l’offesa.
Cass. pen., Sez. VI, 3 giugno 2026, n. 28593.
Corruzione antecedente e susseguente
L’art. 319 c.p. comprende sia l’accordo concluso prima dell’atto sia la ricezione o accettazione dell’utilità per un atto antidoveroso già posto in essere.
Cass. pen., Sez. Unite, 25 febbraio 2010, n. 15208.
Il corruttore è punito come il corrotto
Le pene previste per l’art. 319 c.p. si applicano anche al privato che dà o promette il denaro o l’utilità, ai sensi dell’art. 321 c.p.
Art. 321 c.p..
Il privato non diventa vittima perché l’iniziativa è del funzionario
L’iniziativa della proposta può provenire anche dal pubblico agente senza trasformare il fatto in induzione indebita: è decisiva la presenza di un accordo libero e paritario, non chi abbia avviato la trattativa.
Cass. pen., Sez. VI, 6 giugno 2024, n. 34029.
Corruzione e induzione indebita: la parità tra le parti
La corruzione presuppone una par condicio contractualis e un incontro libero e consapevole delle volontà; concussione e induzione indebita richiedono invece una prevaricazione abusiva che pone il privato in soggezione.
Cass. pen., Sez. VI, 4 novembre 2025, n. 41484.
Le minacce di non eseguire il patto non sono necessariamente induzione
La pretesa del pubblico agente di ricevere quanto pattuito, accompagnata dalla minaccia di non rispettare l’accordo corruttivo, non integra di per sé abuso costrittivo o induttivo se le parti hanno negoziato su un piano paritario.
Cass. pen., Sez. VI, 21 ottobre 2025, n. 38183.
Gli appalti “orientati” costituiscono un caso tipico
L’uso di poteri pubblici per selezionare imprenditori disponibili a pagare e per favorirli nella gara realizza un trattamento privilegiato incompatibile con imparzialità e buon andamento e può integrare l’art. 319 c.p.
Cass. pen., Sez. VI, 5 aprile 2024, n. 24716.
L’accelerazione anomala di una pratica può essere atto contrario
L’improvvisa e ingiustificata accelerazione di procedimenti in favore di chi paga, a scapito degli altri utenti, può costituire uno sviamento dell’attività amministrativa rilevante come corruzione propria.
Cass. pen., Sez. VI, 3 giugno 2026, n. 28593.
L’aggravante riguarda impieghi, contratti e tributi
La pena è aumentata quando il patto corruttivo riguarda conferimenti di impieghi, stipendi o pensioni pubbliche, contratti nei quali è interessata l’amministrazione di appartenenza o pagamenti e rimborsi di tributi.
Art. 319-bis c.p..
La corruzione in atti giudiziari è più grave
Quando il patto è diretto a favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo, si applica l’art. 319-ter c.p., che prevede pene più severe.
Art. 319-ter c.p.; Cass. pen., Sez. VI, 17 dicembre 2025, n. 9763.
Il terzo può concorrere senza ricevere denaro
Risponde di concorso chi, pur estraneo al patto e privo di utilità personale, ne conosca il contenuto e agevoli consapevolmente l’esecuzione dell’accordo corruttivo.
Cass. pen., Sez. VI, 12 novembre 2025, n. 40723.
La condanna comporta gravi sanzioni accessorie
La condanna per corruzione propria comporta, di regola, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’incapacità perpetua di contrattare con la pubblica amministrazione, salve le ipotesi attenuate previste dalla legge.
Art. 317-bis c.p..
Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 12/03/2025, n. 23333
In tema di delitti contro la pubblica amministrazione, non riveste la qualifica soggettiva di incaricato di pubblico servizio lo "steward" addetto al controllo dei biglietti di accesso a eventi sportivi, in quanto l'attività svolta non gli consente di adottare atti conformativi verso i soggetti controllati e nei suoi confronti è estesa, limitatamente a specifici reati, la tutela penale prevista per i pubblici agenti. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato la decisione di condanna per il delitto di corruzione propria di uno "steward" che, in cambio di una somma di denaro, aveva consentito l'ingresso a una partita di calcio a soggetti privi dei relativi biglietti). (Annulla senza rinvio, CORTE APPELLO BOLOGNA, 19/03/2024)
Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 09/04/2025, n. 2025
In tema di patteggiamento, l'integrale restituzione del profitto del reato, in quanto condizione preliminare di ammissibilità del rito alternativo nel caso in cui l'accordo definitorio abbia avuto ad oggetto il delitto di peculato, richiede una necessaria verifica da parte del giudice, non potendosi riconoscere alla confisca per importo corrispondente a quello del profitto efficacia equipollente, con effetto sanante rispetto all'inosservanza della condizione. (In motivazione la Corte ha precisato che l'importo del profitto da restituire, quale condizione di ammissibilità del rito, deve essere quello risultante dall'imputazione, diversamente da quello oggetto della statuizione sulla confisca, che può essere determinato in esito a valutazioni rimesse al giudice procedente). (Annulla senza rinvio, GIUDICE UDIENZA PRELIMINARE AREZZO, 05/12/2024)
Commento ed utilità
L’art. 319 c.p., rubricato “Corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio”, sanziona il pubblico ufficiale che, per omettere, ritardare, aver omesso o ritardato un atto del proprio ufficio, ovvero per compiere o aver compiuto un atto contrario ai doveri d’ufficio, riceve o accetta la promessa di denaro o altra utilità per sé o per un terzo. La pena ordinaria è la reclusione da sei a dieci anni. La norma tutela la correttezza, l’imparzialità e il buon andamento della pubblica amministrazione, impedendo che l’esercizio del potere pubblico sia trasformato in una merce da acquistare.
L’espressione più immediata per descrivere il reato è questa: il cittadino, l’impresa o un intermediario offrono un vantaggio; il pubblico agente, in cambio, accetta di usare la sua funzione in modo contrario ai doveri. Non basta, dunque, che un funzionario riceva denaro o un regalo e neppure che si trovi in conflitto di interessi: è necessaria la prova del pactum sceleris, cioè dell’accordo illecito di scambio. La Cassazione richiede di ricostruire con rigore il movente del privato, le sue aspettative, il comportamento tenuto dal funzionario e le modalità concrete di pagamento.
La corruzione è un reato a struttura bilaterale. Il pubblico ufficiale è il soggetto che riceve o accetta la promessa; chi dà o promette l’utilità risponde in base all’art. 321 c.p. con le medesime pene previste per il corrotto. L’accordo può essere espresso oppure tacito, ma deve emergere dalle prove in modo univoco: la prossimità temporale tra un pagamento e un atto amministrativo, rapporti personali preesistenti o un’utilità apparentemente anomala sono elementi indiziari, non la dimostrazione automatica della corruzione.
L’oggetto dello scambio non è soltanto il denaro. La formula “altra utilità” comprende qualsiasi vantaggio che abbia valore per il pubblico agente o per un terzo: incarichi professionali, assunzioni, vantaggi per familiari, viaggi, prestazioni, opportunità economiche o benefici non strettamente patrimoniali. Quando l’utilità consiste nell’assunzione di un familiare, ad esempio, il punto centrale è se il posto sia stato ottenuto come corrispettivo del patto; in presenza di attività lavorativa effettiva, gli stipendi successivi derivano dal contratto di lavoro, mentre l’utilità corruttiva è l’accesso alla posizione stessa.
L’elemento che distingue l’art. 319 c.p. dall’art. 318 c.p. è la natura dell’atto oggetto della vendita. La corruzione per l’esercizio della funzione punisce il funzionario che si mette genericamente a disposizione dell’interesse privato in cambio di denaro o vantaggi, anche senza che sia individuabile un singolo atto antidoveroso. La corruzione propria, più grave, richiede invece che il patto abbia a oggetto un’omissione, un ritardo o un atto specificamente determinato o determinabile come contrario ai doveri d’ufficio. Per la giurisprudenza, il rapporto tra le due fattispecie è normalmente di specialità: l’art. 319 rappresenta la forma qualificata dell’accordo corruttivo.
Un atto contrario ai doveri non coincide necessariamente con un provvedimento amministrativo formalmente invalido. Può consistere nella violazione di una norma imperativa, nella falsificazione di un verbale, nell’omesso controllo, nel ritardo deliberato di una pratica oppure nell’uso distorto della discrezionalità. Anche un atto formalmente regolare può essere antidoveroso se il funzionario lo adotta consapevolmente per favorire il privato corruttore, rinunciando a una comparazione imparziale degli interessi e deviando la funzione dalla sua finalità istituzionale.
Questo criterio è particolarmente importante nelle gare pubbliche, nelle autorizzazioni, nell’urbanistica, nei controlli fiscali e sanitari e nella gestione delle pratiche amministrative. Il funzionario non deve necessariamente emettere un provvedimento manifestamente illegittimo: può commettere corruzione propria se orienta in anticipo la procedura, fornisce informazioni riservate, seleziona l’operatore disposto a pagare, altera i tempi o costruisce un trattamento di favore. In questi casi il danno per la pubblica amministrazione risiede nella perdita di imparzialità e nella sottrazione delle decisioni alla logica dell’interesse pubblico.
Il reato si perfeziona quando il pubblico agente riceve l’utilità oppure accetta la promessa. Non è necessario che l’atto promesso venga poi effettivamente realizzato: l’accordo già offende la funzione pubblica. Se l’atto viene compiuto, tuttavia, l’offesa si protrae e raggiunge la sua massima gravità. L’art. 319 comprende tanto la corruzione antecedente, nella quale la promessa precede l’atto, quanto la corruzione susseguente, nella quale il pagamento remunera un comportamento antidoveroso già posto in essere.
Quando le dazioni sono plurime, occorre capire se esistano più accordi autonomi o un solo rapporto corruttivo. Se i pagamenti costituiscono l’esecuzione di un unico patto di stabile asservimento che include atti contrari ai doveri, la giurisprudenza configura un unico reato permanente di corruzione propria: le singole erogazioni sono momenti esecutivi del medesimo accordo e la prescrizione decorre, in linea di principio, dall’ultima dazione. Se, invece, risultano pattuizioni indipendenti, possono sussistere più episodi di reato.
La corruzione va distinta dalla concussione e dall’induzione indebita. In queste ultime fattispecie il privato opera in una situazione di soggezione provocata dalla prevaricazione abusiva del pubblico agente; nella corruzione, al contrario, privato e funzionario si accordano su un piano sostanzialmente paritario per realizzare uno scambio illecito. Non è decisivo chi abbia preso l’iniziativa: anche una richiesta originata dal funzionario può sfociare in corruzione se manca una pressione abusiva e le parti negoziano liberamente il vantaggio reciproco.
Rilevano inoltre due figure collegate. Se l’offerta o la sollecitazione non viene accettata, può configurarsi l’istigazione alla corruzione ex art. 322 c.p.; se il patto mira a favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo, può integrare la più grave corruzione in atti giudiziari ex art. 319-ter c.p..
Le conseguenze della condanna sono particolarmente incisive. Oltre alla reclusione, possono operare la confisca del prezzo o del profitto, l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione e, di regola, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. L’art. 319-bis c.p. aggrava inoltre il trattamento quando il patto riguarda impieghi, stipendi, pensioni, contratti pubblici, pagamenti o rimborsi di tributi.