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Il carcere è considerato un luogo aperto al pubblico

Il carcere è considerato un luogo aperto al pubblicoCon sentenza emessa dal giudice monocratico del Tribunale di Lecce, II sezione penale, il 8 febbraio 2017 e depositata in Cancelleria il 3 maggio 2017, viene stabilito che deve essere sanzionata la condotta di chi offenda l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale durante l’esercizio delle sue funzioni se vi è un collegamento temporale e finalistico tra la condotta dell’agente e l’esercizio della potestà pubblica.

L’imputato è stato riconosciuto colpevole del delitto di cui all'art. 341 bis c.p. e condannato alla pena di anni uno di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali, mentre si dichiara non doversi procedere in ordine al delitto di lesioni, esclusa l'aggravante di cui all'art. 61 n. 2 c.p., per difetto della condizione di procedibilità.

La vicenda avvenuta nella casa circondariale di Lecce nel 2013

I detenuti in regime di reclusione presso le carceri italiane, oltre ad avere la possibilità di acquistare i beni necessari presso lo spaccio interno, possono ottenere un ricambio di abbigliamento e calzature e biancheria direttamente dai magazzini del carcere.

Nel cosiddetto “magazzino detenuti” lavorano agenti della polizia penitenziaria specificamente assegnati a tale servizio, spesso coadiuvati da detenuti ammessi al regime di lavoro interno. In esso vengono consegnate merci e pacchi ai detenuti che ne fanno richiesta, previa autorizzazione. Le merci provenienti dall’esterno prima di essere consegnate vengono smistate e controllate, anche quando si tratta di indumenti e calzature.

Le regole dell’abbigliamento interno dei carcerati sono infatti molto rigide, poiché le calzature o alcuni loro componenti, possono essere utilizzate per gesti di autolesionismo o di aggressione. Vanno quindi prima accuratamente controllate, anche per accertarsi che all’esterno nessuno vi abbia inserito sostanze e strumenti vietate all’interno del carcere da far pervenire al detenuto.

Un detenuto aggredisce e oltraggia un agente di polizia penitenziaria per un paio di scarpe nuove

Il 22 maggio 2013, un detenuto che sta scontando una pena presso la Casa Circondariale di Lecce, si accorge di aver bisogno di un nuovo paio di scarpe. Si reca presso il magazzino del carcere e manifesta questa sua esigenza ad un assistente capo della polizia penitenziaria addetto al servizio presso il locale magazzino del carcere.

L’agente però rifiuta di assecondare la richiesta perché il detenuto è sprovvisto della necessaria autorizzazione, prevista dal regolamento carcerario per poter avanzare richiesta di un nuovo capo di abbigliamento o di scarpe. Il detenuto insiste nella richiesta, e i suoi modi si fanno sempre più veementi, tanto da richiamare l’attenzione di un altro agente della polizia penitenziaria e di un altro detenuto, entrambi presenti nel magazzino per lavorare.

L’agente dice al detenuto che dovrà aspettare prima di vedersi consegnare le scarpe, ma il detenuto continua ad insistere, a pretendere il suo paio di scarpe e urla "appuntato tu non hai capito niente, oggi le scarpe me le devi dare". Anzi, all’ennesimo rifiuto e all’invito ad allontanarsi, il detenuto inveisce contro l’agente urlandogli "Pezzo di merda! Le scarpe me le devi dare adesso!".

Come se non bastasse la frase ingiuriosa, in un ulteriore accesso d’ira il detenuto non esita a sferrare un pugno sul volto del poliziotto, colpendolo allo zigomo sinistro e provocandogli un forte spavento. In soccorso del loro collega accorrono anche altri agenti della polizia penitenziaria che si trovano nei pressi del magazzino, i quali afferrano il detenuto per allontanarlo.

Egli continua ad inveire contro il povero agente che si trova ormai in evidente stato di agitazione e non si lascia intimorire nemmeno dalla minaccia di un rapporto disciplinare. Anzi, mentre, recalcitrante, si lascia condurre via, continua ad urlare "Tanto puoi fare che cazzo vuoi, puoi fare anche dieci rapporti, non me ne frega niente".

Le fasi dalle indagini preliminari al dibattimento, fino alla condanna

In data 23.10.2014 il P.M. emana decreto di citazione diretta a giudizio a carico dell’imputato dei reati di cui agli artt. 81, 341 bis, 582, 585, 61 n.2 c.p. Dopo gli adempimenti preliminari viene dichiarato aperto il dibattimento. L’istruttoria si compendia in escussione dei testi e acquisizione della documentazione. Rassegnate le conclusioni delle parti, il giudice emette sentenza di condanna.

Il divieto del “ne bis in idem” come questione preliminare per rigettare la richiesta di condanna del P.M.

L’accusa insiste nella condanna dell’imputato alla reclusione per aver offeso l'onore ed il prestigio del pubblico ufficiale proferendo espressioni offensive in luogo pubblico ed alla presenza di più persone e per averlo, contestualmente, colpito al volto con un pugno, procurandogli lesioni chiedendo l’applicazione dell’aggravante di cui all’art. 61 n. 2 cp.

La difesa dell’imputato insiste per la assoluzione, sollevando preliminarmente la questione relativa alla inosservanza del “ne bis in idem” in quanto l’imputato era stato già sottoposto alla sanzione disciplinare per i fatti commessi.

Il Tribunale condanna il detenuto per oltraggio a pubblico ufficiale

Basandosi sulla espletata istruttoria dibattimentale, il Tribunale ravvisa la penale responsabilità dell’imputato al di là di ogni ragionevole dubbio e, condannando l’imputato alla reclusione per il reato previsto dall’art. 341 bis cp dichiarando di non doversi procedere quanto all’ulteriore reato contestato di lesioni personali, determina la pena in anni uno di reclusione in base ai criteri dell'art. 133 c.p. ovvero avuto riguardo alle modalità dell'azione, al luogo in cui la condotta è stata perpetrata, all'intensità del dolo ed alla gravità del fatto.

Non vengono riconosciute le circostanze attenuanti generiche ma concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena che rientra nei limiti previsti dall'art. 163 c.p.

Il rigetto della questione preliminare: nessuna violazione del “ne bis in idem” se non è provato che la sanzione amministrativa è definitiva

In relazione alla sollevata questione del "ne bis in idem", il Tribunale osserva che all’imputato è stata applicata la sanzione disciplinare dell'esclusione dalle attività in comune per quindici giorni ma che non risulta la definitività della sanzione amministrativa.

Contemperando la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo ("G.S. e altri contro Italia" del 4 marzo 2014, e "N. contro Finlandia" del 20 maggio 2014) che vieta un secondo giudizio nel caso in cui per il medesimo fatto all'imputato sia già stata applicata una sanzione amministrativa alla quale debba riconoscersi natura penale, con la giurisprudenza italiana che preclude la deducibilità della violazione quando manchi qualsiasi prova della definitività della irrogazione della sanzione amministrativa medesima (Cassazione penale, sez. III, 26/04/2016, n. 48591), il Tribunale rigetta la questione concludendo che nel caso in esame difetta il presupposto della definitività della sanzione amministrativa e soprattutto l'esclusione dalle attività in comune non riveste carattere di sanzione penale poiché non incide in alcun modo sulla libertà personale al di là della naturale compromissione discendente dallo stato di detenzione.

L’istruttoria dibattimentale conferma l’impianto accusatorio dell’oltraggio e la sussistenza dei relativi elementi di reato

Nel merito, il Tribunale rileva che dall'istruttoria dibattimentale sono emersi elementi sufficienti per affermare la penale responsabilità dell'imputato con riferimento al reato di cui all'art. 341 bis c.p.

Dovendo ravvisare un collegamento temporale e finalistico della condotta dell'agente con l'esercizio della potestà pubblica, nonché una possibile interferenza perturbatrice con il suo espletamento, nei fatti è emerso che l'imputato, presso la casa circondariale ed alla presenza di più persone, ha proferito espressioni gravemente offensive dell'onore e della reputazione del pubblico ufficiale, mentre stava compiendo un atto d'ufficio ed a causa dello stesso.

Il presupposto del luogo pubblico è soddisfatto dall’ambiente carcerario, mentre l’elemento psicologico del dolo generico è dato dalla coscienza e volontà della condotta ovvero dalla consapevolezza sia della qualifica di pubblico ufficiale di A., sia del tenore gravemente offensivo delle espressioni proferite.

Manca la condizione di procedibilità per contestare anche il reato di lesioni

Quanto al contestato reato di lesioni, va esclusa la contestata aggravante di cui all'art. 61, n. 2, c.p. in quanto non vi sono elementi per poter affermare che il reato di lesioni sia stato commesso allo scopo di eseguirne od occultarne un altro, ovvero per conseguire o assicurare a sé o ad altri il prodotto o il profitto o il prezzo ovvero l'impunità per un altro reato. Pertanto, essendo le contestate lesioni non aggravate, e non essendo stata proposta querela dalla persona offesa, l’imputato va assolto ex art. 529 c.p.p. per mancanza della condizione di procedibilità.

La casa circondariale non è un luogo di privata dimora ma un luogo aperto al pubblico

Nella pronuncia in esame viene preso in considerazione uno dei presupposti necessari perché si verifichi la fattispecie penale di cui all’art. 341 bis del codice penale, ovvero la commissione del fatto in un luogo aperto al pubblico.

Il codice penale non fornisce una definizione di luogo aperto al pubblico con riferimento alla fattispecie di oltraggio al pubblico ufficiale, e la relativa determinazione è stata affidata alla ricostruzione delle pronunce giurisprudenziali di legittimità e di merito. Come si ricava per relationem con altre sentenze in cui veniva richiamato l’ambiente carcerario, la casa circondariale non è definibile luogo di privata dimora perché le celle e gli ambienti pertinenti non rientrano nel possesso dei detenuti ma sono nella disponibilità della amministrazione penitenziaria.

Il luogo aperto al pubblico è infatti un ambiente che, anche se presenta una accessibilità limitata e controllata, fornisce comunque la possibilità di accesso ad un numero indistinto e indeterminato di soggetti, quand’anche qualificati da un titolo, senza che chi controlla tale ambiente possa opporvisi.

Recenti arresti giurisprudenziali in materia 

Diverse sentenze si sono occupate di definire luogo pubblico l’ambiente carcerario con riferimento a reati perpetrati all’interno del carcere i cui presupposti fossero quelli della consumazione in luogo pubblico, anche se non necessariamente relativi al reato di oltraggio al pubblico ufficiale. Tra le più recenti, si segnala Cassazione penale, sez. VI, con la sentenza del 15 settembre 2016, n. 42545.

Tags: Dir. Penale

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